
Sapete che lavoro fa Chris De Garmo? Il pilota d’aereo. Ecco, l’anima dei Queensryche è in cielo, vola sopra le nostre teste e non ci pensa neanche lontanamente a tornare giù. Io continuo a sperarlo. Dopo che anche Ozzy e Tony Iommi sono tornati a suonare insieme, sebbene solo per un live album e un paio di inediti, dopo che Dickinson è tornato con gli Irons e dopo che… Insomma potrei continuare quanto volete, il succo è che nel metal i ritorni non sono mai impossibili, se non ci si mette di mezzo un autista ubriaco che, per schivare una fantomatica pozzanghera di ghiaccio, uccide il futuro del metal nel 1986. Però Chris non sembra pensarci a tornare, non ora almeno. Geof Tate, il mitico sardellone, ha ribadito tante volte che, se c’è stata una persona ad averlo deluso nella vita, quello è proprio Chris De Garmo. Perché? Perché ha lasciato il gruppo ed ha smesso con la musica per sempre. Lui, Tate, non se lo sarebbe mai aspettato. Per lui il gruppo era, è, e sarà sempre la cosa più importante; inconcepibile abbandonarlo per fare altro. Cosa diamine c’è di meglio della vita da rock star? L’aeronautica, risponderebbe Chris. Forse anche Bruce Dickinson. Così Geof ha deciso di pensare lui a mandare avanti la baracca e i ‘Reich hanno continuato ad infoltire la loro discografia. Certo, se facessi un confronto tra “Rage for Order” e “Q2K”, oppure la prima e la seconda di “Operation: Mindcrime”, sarei crudele: sarebbe come mettere a confronto le foto di Carmen Russo degli anni 80 e Carmen Russo oggi. Però c’è da dire che la Carmen me la scoperei oggi come allora, magari facendo una cosa insieme ai suoi alani e B. tornando a noi, fino a “Tribe” io ho continuato a credere nei Queensryche, o meglio a sperare che Chris tornasse e ricominciassero a realizzare grandi album. Con “Tribe” De Garmo tornò, anche se non del tutto. Ci sono alcune foto con lui e altre senza di lui, nelle riviste, nei booklet del cd, una cosa inverosimile. Fatto sta che da lì ho smesso di crederci e anche adesso non ho cambiato idea. Non posso credere a questi Queensryche, che cazzo.
No, non si tratta tanto delle canzoni: due o tre decenti si trovano sempre su tutti i dischi, io vorrei che ricominciassero una buona volta a suonare, a tirare fuori le palle e scrivere musica vera, non questa mistura di pop rock senza una direzione artistica credibile. Lo pretendo perché questa è è gente che lo sa fare. Vorrei che mettessero un po’ da parte quei mid-tempo alla Alice in Chains, i fraseggi di chitarra alla Couldplay e U2, le sciorinate stranianti alla A Perfect Circle, i gorgheggi emotivi di Tate che rifà il verso a Peter Gabriel e così via. Tempo fa Tate disse che non avrebbe mai più potuto concepire un disco come “Operation: Mindcrime”, perché ai tempi, nel 1987, lui credeva di cambiare il mondo grazie alla musica, ora, nel 2003, non lo credeva più. Poi uscì il seguito di quel disco e tutti dovemmo riconoscere che aveva ragione: non era proprio più in grado di comporre una cosa del genere, neanche alla lontana. Nonostante questo qualcuno osò dargli 8 o 10, nelle recensioni. Ricordo Metal Maniacs e Metal Hammer che si sperticarono in lodi che lette oggi risultano imbarazzanti. Quando lo ascoltai mi resi subito conto che quella gente aveva composto un paio di brani più articolati e indurito leggermente le chitarre solo per fare eco alla prima parte di “…Mindcrime”, tutto qui. Era come se l’heavy metal non sapessero più cosa fosse. A parte l’ospitata ingannevole di Ronnie James Dio, che duettando con Tate ci offre il solo momento emozionante dell’album, il resto era sempre la solita roba alla Queensryche del dopo De Garmo: canzoni sincopate con un orecchio a MTV ed uno agli U2, qualcosa di Peter Gabriel ed una spruzzatina di Nu Metal. Partivano con un brano tirato (si fa per dire) “I’m American” e, neanche dopo due minuti, sentivi già il fiatone. Non vedevano l’ora di sparare quelle due tre cartucce di rock duro, giusto per rendere credibile la parentela tra i due lavori e le band che li hanno firmati per poi rifugiarsi nelle solite boiate pop rock, qualche arpeggio dolente o rallentamento atmosferico. Eppure dal vivo li suonano ancora bene i brani del periodo migliroe tipo “Best I Can”, “Spreading the Desease”, “Operation: Mindcrime”. Rendono onore a quel passato, ma per quanto riguarda il futuro non si può chiedere nulla a un gruppo che ha perso il vero leader artistico. Manca Chris De Garmo. Sarebbe come se gli Iron Maiden proseguissero senza Harris, i Manowar senza De Maio, i Metallica senza Burton e i Dream Theater senza Portnoy.
Garmo non era soltanto il principale compositore della band, era anche un ottimo chitarrista (non tecnico ma di gran gusto) e la voce che faceva i controcanti a Geof Tate. Era un sacco di cose, ma non c’era solo lui, no. I testi li scriveva anche Tate, così come alcune canzoni celebri le hanno composte lui e gli altri ragazzi, solo una piccola parte, bisogna ammetterlo, ma pure loro hanno dato un contributo, o no? I Queensryche ora sono quello che possono essere: una band elegante, matura, sofisticata, adulta, pallosa, vigliacca e sorniona come i membri che la compongono. Gli album sono sempre impeccabili dal punto di vista della produzione e degli arrangiamenti, ma sfido chiunque a trovare un riff, un guizzo che valga il genio dei primi lavori. Nulla. Quando uscì “Hear in the Now Frontiers”, 1996, l’ultimo disco con Chris prima della reunion ridicola di “Tribe”, le cose erano già peggiorate, certo. Era la prima volta che la band non ci offriva dei brani indimenticabili. Faceva molto discutere anche la decisione di virare, in tempi piuttosto tardi, verso il grunge di Soundgarden e Perl Jam. Tra le altre cose c’era anche la voce di Geof che per la prima volta non convinceva più. Anni dopo venimmo a sapere che, a quei tempi, il cantante stava male con le corde vocali. Poi si è ripreso e oggi, se c’è una cosa che rispecchia il ricordo della classe dei Queensryche ai tempi d’oro, è proprio lui. Nessuno pretende che vada in culo alla luna come faceva ai tempi di “The Warning”, ma l’espressività e la sua versatilità sono ancora ineguagliabili. Se la smettesse di suonare quel fottuto sax sarebbe meglio, ma ormai lui è, il capo e se decidesse di far cantare sua figlia nella band, gli altri lo accetterebbero senza fiatare.
Il fatto è che dopo “Empire” non avrebbero potuto fare di più: oltre al successo di critica, si era aggiunto quello di pubblico, il vero successo di pubblico, quello con cifre a nove zeri, quando “Silent Lucidity” diventò una hit alla stregua di “More than Words”. Cosa avrebbero potuto fare ancora i Queensryche? Il loro contributo alla storia della musica rock e metal in particolare l’avevano dato, un contributo enorme. Per dire, senza di loro oggi non ci sarebbero i Dream T… Lasciamo stare. Il momento in cui li ammirai di più e li capii di meno fu quando uscirono con “Promised Land”, 1994. Dopo “Empire” chiunque avrebbe fatto un album simile ed avrebbe cercato di consolidare, bissare il successo, magari alleggerendo ulteriormente il tutto. I Queensryche invece proposero quanto di più lontano dal lavoro precedente: un concept semiacustico, privo di hit, solo brani oscuri, dolorosi e pieni di classe compositiva. Su un piano puramente metal però si trattava di una mezza frescaccia, ma nessuno ebbe il coraggio di scrivere una cosa del genere anche se lo pensarono tutti. Solo un giornalista tedesco chiese a Tate come mai non c’erano le chitarre sul nuovo disco. Lui rispose incredulo che ne avevano sovraincise un fottio. Il tedesco replicò: sì, ma non fanno mai giun giun giun! Esatto, cosa vuoi? Noi metallari ci aspettavano non solo, ma anche quello. E ancora lo aspettiamo.
Quando nacquero i Queensryche, il primo giornalista che ne parlò li descrisse come una mistura letale tra Iron Maiden e Judas Priest. Oggi sono una pappetta indigeribile a metà tra Peter Gabriel, gli U2, i Pink Floyd, i Garbage ed i Foo Fighters. Tate, sempre lui, in un’altra intervista ha detto che ormai non riesce più a sentire le giovani band, cosa devono insegnargli sulla vita ragazzi di 20 anni con la frangetta? Lui ha girato il mondo, ha fatto musica ad alti livelli per oltre 30 anni, ha tre o quattro figlie… Appunto, non gli sarà mai capitato di imparare qualcosa proprio dai bambini? Si impara molto dai bambini, ve lo dice un papà. Devo dirgli a che età sono morti Rimbaud o Kleist? Che cosa avevano da insegnare i Queensryche a vent’anni, quando cantavano “Lady Whore Black” o “No Sanctuary”? Cosa ne pensavano di loro i Kiss e i Judas Priest? Probabilmente questa gente nutriva una grande ammirazione per loro e la differenza tra queste grandi band e i Queensryche è che da Kiss e Judas ci si può sempre aspettare un nuovo capolavoro, tanti ce ne sono a costellare la loro lunghissima carriera, anche a distanza di molti anni l’uno dall’altro, mentre non molto ancora ci si può aspettare dai ‘Reich, con o senza De Garmo oserei dire. Perché i Kiss hanno sempre ascoltato e continuano ad ascoltare i giovani, a nutrirsene, come Alice Cooper, gli Aerosmith, Ozzy Osbourne, David Bowie. I ‘Reich no e se con l’aereo puoi fare cose molto utili alla società, trasportare la gente da un continente all’altro, con una “Silent Lucidity” puoi far andare qualcuno in posti incredibili della fantasia, dell’inconscio e senza spendere i soldi per il biglietto. Arriviamo all’ultimo album, “Dedicated to Chaos”. Comincia come l’ennesimo disco hard rock degli Who, ma con la linea di basso che rifà il verso a “Best I Can”. I suoni sembrano molto più crudi, l’aria che tira è quella del disco registrato in presa diretta, per riuscire a catturare il feeling, il groove e puttanate del genere. Non ho mai sopportato questi discorsi, di solito significa che è un lavoro buttato via che cattura soprattutto gli errori ed il momento di spensierato scoglionamento di una band. A questo punto io non so più cosa siano i Queensryche. Di certo se fossero nati così non credo che avrebbero riempito un locale di otto metri per quattro. Il problema è che amministrano una carriera come se fossero stati i Talkin Heads, David Bowie o i Traffic, non una band che ha portato il progressive nell’heavy metal. Tutto questo mi fa rabbia. Al di là del genere, una band dovrebbe dare sempre il massimo o levarsi dai coglioni. Esagero? I veri artisti devono almeno provare a cambiare il mondo con la propria musica, ne hanno il dovere morale tutti gli artisti. Mettersi seduti come dei bravi padri di famiglia e fare il proprio lavoro per portare a casa la pagnotta, mi sembra un discorso da senza palle. Forse anche De Garmo le ha perse e per questo ha scelto di fermarsi, ci volevano i coglioni ci volevano per farlo. Gli altri non li hanno avuti per fermarsi e non li hanno per andare avanti sul serio. I Queensryche restano nel mezzo di una routine spompata, fatta di buone produzioni certo, cura dei particolare che si potrebbero notare solo al ventesimo ascolto, una cosa inutile visto che nessuno riesce ad arrivare al terzo, visto che sono dischi senza un’anima e senza testicoli. Le canzoni sembrano scritte per sollazzare il vicinato di casa. Io pago 30 biglietti per comprare “American Soldier” ed ogni volta che lo metto mi insulto per averci speso i soldi e non essermelo prima scaricato. Quante volte posso tornare a sentirlo e ad insultarmi. Lo tolgo e lo nascondo in un anfratto del mio scaffale, punto. Al diavolo i bei particolari, manca la musica. Contaminazione? Ma dai, dietro alla parola contaminazione c’è solo un minestrone di influenze che non portano da nessuna parte. Se davvero questi signori volessero fare grande musica senza il metal potrebbero riuscirci, come accade in “Broken” per esempio, l’unica traccia pregna di cuore e con un’ispirazione a legittimare i mugolii di Tate. C’è il piano stentato, i violini a cascata e gli eco Pink Floydiani, ma a parte questi tre minuti e cinquanta? Lo ripeto, solo una gran rabbia. Quella di chi ancora compra il loro ultimo album e ogni volta si dice che non lo fregheranno più. Come no. (Francesco Ceccamea)








Dimenticavo: la copertina fa cacare.
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