Fortunatamente per noi amanti di tutto ciò che puzza di zolfo, anni ’70 ed ha qualcosa di Sabbathico, la Black Widow Records è un’etichetta che a precise scadenze tira fuori dalla cripta una serie di produzioni di quelle che ti lasciano sempre e tenebrosamente soddisfatto. Questa volta poi, neanche a dirlo, tra i nomi in ballo non mancano quelli delle grandi occasioni. Qualcuno tempo fa ci chiese, forse con un pizzico di malizia, perché trattassimo in modo così curato la nota casa discografica genovese. Volendo potremmo rispondervi facendovi notare che lì, in alto a destra, c’é scritto ‘free blogger’, ma significherebbe fuggire la domanda. Visto che non siamo puzzole e non siamo di conseguenza dei codardi, vi rispondiamo in modo chiaro e trasparente: noi di Brutal Crush coccoliamo ciò che di buono, poco a dire il vero, ci offre la nostra Italia. Certo, con questo non diciamo che la merda è cioccolata, ma non vogliamo privarci del gusto di dare più evidenza a chi realmente produce musica per passione, non da ieri. Contenti? Non lo so e, sinceramente, non me ne frega poi molto. Adesso passiamo ai fatti, anzi ai dischi! Partiamo in pompa magna con il nuovo ep dei Sancta Sanctorum, “Black Sun”, seconda prova della nuova creatura di Steve Sylvester (Death SS). Che dire? Se vi era piaciuto il debutto, “The Shining Darkness”, sublime tributo ai seventhies, ai Black Sabbath ed agli Hawkind, fosse anche solo per motivi feticisti, questo mini non potrete lasciarvelo scappare. Più nello specifico, oltre alla rivisitazione del singolo che da il titolo all’opera, “Black Sun”, troverete un inedito e 2 cover di quelle di gran lusso, “21st Century Schizoid Man” dei King Crimson e “Rainbow Demon” degli Uriah Heep. Insomma, roba per pochi ed autentici cultori. Se siete dei fanatici del progressive, di quelli che perdono il sonno perché non riescono a trovare la ristampa del disco ‘x’, allora potrete mettere da parte le vostre amate gocce di Xanax perché, dopo 30 anni, rivede la luce quel capolavoro del dark progressive elettronico che fu “Raptus” di Doris Norton, nota anche per essere la compagna del magista Antonio Bartoccetti (Antonius Rex/Jacula), anch’esso parte dell’opera. Per i più curiosi ricordo che qui, nelle vesti di batterista, troviamo un vero signore delle pelli, Tullio De Piscopo, ho detto tutto. Passiamo adesso ad un disco che considero un cultissimo, la pubblicazione dell’album omonimo degli Spettri, risalente al 1972, che vede per la prima volta la luce oggi dopo 40 anni! L’opera è di quelle che solo chi veramente ama un certo progressive a tinte hard blues può sapere comprendere fino in fondo. “Spettri” è un’unica lunghissima suite divisa in 4 movimenti ed in cui si incrociano chiari richiami ai Black Sabbath, ai primi Deep Purple, agli Iron butterfly ed alla migliore scuola progressive inglese, insomma qualcosa di mastodontico. Ciliegina sulla ‘tomba’ è il concept, ovvero la narrazione di una seduta spiritica. Ora, svuotate le menti e vestitevi veramente a lutto perché stiamo parlando di un album che ogni doomster di questo pianeta deve possedere per forza di cose, mi riferisco a “The Ninth Hour”, il nuovo album dei doom makers The Hounds Of Hasselvander, la band di Joe Hasselvander, ex membro dei grandissimi Pentagram. Senza paura di rincorrere in facili proclami, l’album può essere definito come un autentico gioiello del doom metal più oscuro, cimiteriale e nero di sempre. Sabbathico fino al midollo, “The Ninth Hour” è un tributo al genio di Iommi ed al groove dei migliori e più visionari Saint Vitus: immenso! Passiamo adesso ai Tiresia Raptus ed al loro album omonimo. Della partita fanno parte alcuni nomi più o meno noti del giro italico, gente che proviene da band come Doomraiser e The Foreshadowing tanto per intenderci. Il disco scorre via bene. Interessanti i richiami più psichedelici ben miscelati con del sano kraut rock, ma devo ammettere che questo tipo di formula non mi ha mai fatto dare di matto. Chiudiamo con i The Danse Society ed il loro “Change Of Skin”. Band quasi di culto della prima scena inglese dark wave/post punk. Sinceramente per questi ragazzi non ho mai avuto chissà quale passione preferendo alcuni loro contemporanei che si assestarono su ben altri livelli. Ad ogni modo “Change Of Skin” è un buon disco di genere, tra la prima Siouxie ed i Bauhaus più elettrici. Insomma, niente di eccezionale, un disco di ‘mestiere’ solo per die hard fans. Con questo vi saluto e, se mi permettete, chiudo il mio sarcofago che fuori fa freddo. (Aldo Luigi Mancusi)








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