#1 This is True Metal: i dischi più cult che il metallo ci ha regalato negli anni ’80!

Certe volte l’aria della campagna marchigiana fa brutti scherzi. Sarà il vino, saranno i formaggi, i sapori del pane cotto a legna, i salumi, non lo so, però questo è quel periodo dell’anno in cui per certi versi regredisco e torno sedicenne. Allora vado con la testa ai ricordi, a quando indossavo rigorosamente il mio giacchetto di jeans senza maniche con la toppona dei Tank sulla schiena, ascoltavo tutto il giorno “In The Sign Of Evil” dei Sodom e, le poche scopate che mi facevo, erano puntualmente con dei cessi indefinibli. Erano gli anni ’80, ero poco più che quindicenne. Me ne andavo a zonzo per Roma con il mio Specialino 50, che tempi. Sapete perché non leggo riviste che parlano del passato? Perché io c’ero e tutto ciò che scrivono, oltre che troppo spesso inesatto, è ancora più spesso falsato da un’odiosa voglia di rendere magico ciò che magico non era, facendo brillare oggi cose che giustamente furono considerate schifezze ieri. Così mi sono detto: “Max, ancora conservi una marea di quei dischi, perché non consigli a qualcuno quelli realmente meritevoli tra i più sconosciuti?”. La risposta che mi diedi, se state leggendo questo articolo, fu ovviamente si. Per logica conseguenza sopravvenuta a seguito di alcuni spiacevoli episodi di furto domestico da parte di ignoti amici, se così possiamo definirli, porto sempre con me nel notebook la lista completa di tutta la mia collezione. Con tutto ciò non è stato così facile stilare una listarella decente, non dico nutrita, di alcune vere chicche per i più tradizionalisti tra voi difensori della fede. Spero solo di avervi fatto una cosa gradita e, se vi piacerà abbastanza, non è da escludere un seguito. Chiudo questa breve introduzione ri-sottolineandovi che non ho qui fatto un elenco dei dischi più belli della storia dell’heavy metal, bensì ho ricamato un estratto di alcuni tra i migliori di quelli che considero di culto, o introvabili se preferite.

Partiamo con un disco che ancora trova spazio tra i miei ascolti, sto parlando di “Warriors Of The Son”, ep dei grandissimi Saint, ex The Gentiles, come riportato dalla biografia presente sul flyer pubblicitario interno al vinile. L’album uscì per una delle mille micro labels dell’epoca (prima la Morada ed in seguito ristampato dalla Rotten), parliamo del giurassico 1984. Questi erano dei veri signori del power metal americano, per certi versi una sorta di Omen meno epici ma non meno diretti, anzi. Cavalli di battaglia indimenticabili sono sicuramente l’abrasiva “Legions Of The Dead” e la bombastica title track. Per quanto molto influenzati dai Judas Priest, di sicuro i Saint sono ancora oggi uno dei più lampanti esempi di come sia stato dato troppo poco spazio alla fu scena power U.S.A., a mio avviso un movimento che ancora oggi avrebbe molto da dare.

Avviciniamoci ai giorni nostri. Era il 1988, erano da poco usciti alcuni capolavori come “…And Justice For All” dei Metallica, tanto per dirne uno. Contemporaneamente una band americana, attiva dal lontano 1983, stava per debuttare, erano i Saint Anthony Slayer di “Go For the Throat”, ex Slayer, meglio conosciuti come S.A. Slayer, autentici signori del power metal americano. Quando vidi per la prima volta questo disco tra gli scaffali dei nuovi arrivi, rimasi colpito dalla copertina, con quelle mani che uscivano dalla nebbia che sembravano volerti afferrare per il collo. Diciamo che la copertina non tradì le mie aspettative. “Go For The Throat“, come anticipato, era un album di power americano oscuro e cattivissimo, ma arricchito da rimandi molteplici alle raffinatezze dei più indimenticabili Maiden e Priest, mi riferisco a tal proposito alle chitarre ed al perfetto lavoro svolto da Jarzonbek, in seguito membro dei Watchtower, non so se rendo. A fare la differenza, la voce dello scomparso Steve Cooper, uno con gli attributi esagonali. Nero ed affascinante, questo è il bellissimo testamento che ci lasciarono gli S.A. Slayer.

Parliamo adesso di un disco che, sono il primo a dirlo, può vantare una delle copertine più orribili della storia del rock e degli asili nido di mezzo mondo, forse tutto il mondo. Pensate che questo lp lo comprai solo perché a Disfunzioni Musicali (storico negozio di dischi capitolino), disperati per non esserlo mai riusciti a vendere, lo misero in offerta a 2.000 lire, in pratica 1 euro di oggi. Devo dire che mi disse un gran culo, in primo luogo per il prezzo, in secondo luogo perché si trattava di un gran disco e non lo sapevo, sto parlando di “Under The Blade”, ep targato 1986, degli americanissimi Malachia. Per quanto dozzinale nel suono, in effeti si tratta del riversamento su vinile del demo, i brani presenti erano e sono di una bellezza disarmante, un mix tra l’epic più battagliero dei Cirith Ungol (senza un cane alla voce) ed il migliore classic metal inglese. Superlativa la prova vocale di Ken Pike, voce e maggiore compositore dei Malachia. Senza paragoni l’accoppiata formata dalle furiose “Heaven Or Hell” e “Mark Of The Beast”, due colpi all’arma bianca fatti di metallo incandescente. Culto.

Fuori dal mondo in quanto a bellezza, gli indimenticabili Dead End di “Dead Line“, correva l’anno 1986. I giapponesi, siamo sinceri, non sono mai stati chissà che grandi geni, questo escludendo gli incommensurabili Flower Travellin’ Band, ma i Dead End non erano affatto malvagi, anzi. Sarà stata la copertina horror becera, sarà stato il logo grondante sangue, non lo so, ma i Dead End mi ispirarono e tirai fuori gli allora 10 sacchi (oggi 5,00 euro) per il vinile. Di fatto comprai un ottimo disco di speed metal di quelli che sanno farti scapocciare senza avere troppo a pretendere, prodotto in modo dignitoso e ricco di quei riffoni al fulmicotone che solo la vecchia scuoa speed sapeva tirare fuori. A rendere tutto ancora più valido il lavoro chitarristico di Kagawa, un autentico mostro di tecnica, come in fondo tutti i musicisti della terra del sushi. Non un cult album, ma di sicuro se lo trovate in offerta da qualche parte, o usato chissà in quale fogna, non me lo lascerei scappare, oggi non ha perso un’oncia della sua bellezza.

Il Belgio ci ha regalato poco in ambito metallico, siamo onesti, ma “Devil’s Race” dei Westfalen, anno 1985, è veramente qualcosa di ottimo, nonché l’unica testimonianza su vinile della band capitanata dal bravissimo Cantella alla voce, poco noto figlio di emigrati italiani. 5 tracce per un ep che viaggia esattamente a metà strada tra Saxon, Trust e Demon, roba di grandissimo stile. Certamente i Westfalen non rappresentavano la frangia più pelle e borchie della scena metal e nel 1985 il thrash aveva quasi completamente preso piede mettendo da parte il vecchio stile della prima era, ma questi signori erano comunque dei grandissimi, non a caso furono pubblicati da un’allora acerba Roadrunner, ho detto tutto. Ancora oggi i brani presenti, con tutto che la produzione è evidentemente datata, non risentono degli anni trascorsi.

Andiamo nella caliente Spagna con un disco che da ragazzino per giorni e giorni ho ascoltato ininterrottamente, sto parlando di “”Angeles O Demonios” degli Zarpa, born in 1982. Un po’ come per Amando De Ossorio nel cinema, gli Zarpa sono stati un’heavy metal band casareccia ma genuina. Prodotto alla cazzo, nel vero senso della parola, anche se non dobbiamo dimenticare che la Spagna del 1982 stava veramente con le pezze al culo peggio dell’odierna, questo disco è un piccolo gioiello che molto deve al grande hard rock inglese dei ’70, in particolar modo alla lezione dei Sabs per la rocciosità del groove ed ai Priest di “Sin After Sin” e “Stainde Class” per il tiro, pesando con cautela i paragoni, sia chiaro. Non sono arrivati da nessuna parte perché hanno pagato il dazio del cantato in lingua madre, a mio avviso efficace, ma per il music business di allora, imbarazzante ed inaccettabile. Peccato.

Il Regno Unito, patria del rock e del metallo, conserva anch’esso album dimenticati ma di grande valore, è il caso del favoloso disco degli Holland, “Early Warning”, targato 1984 e loro unica testimonianza. A partire dalla bellissima copertina in linea con lo stile di quegli anni, gli Holland ci regalarono un compendio su vinile che ben riassumeva i Whitesnake più veraci e diretti con il gusto degli Y&T, in pratica un hard rock molto roccioso, metallico e sanguigno. Niente fiabe, draghi o maledizioni, questo era semplicemente un disco di gran classe che parlava della dura vita quotidiana combinando con essa qualche metafora da fantascienza. Di sicuro non erano in linea con gli standard dell’epoca e pagavano anche il dazio di non avere chissà quale immagine accattivante, ma già nel ’84 ero un tipo controcorrente e badavo alla sostanza, che ve devo dì? A me un pezzo come “Shout It Out” ancora fa venire la pelle d’oca!

La Finlandia non vanta certo chissà quale tradizione in ambito metal, escludendo i soliti noti ed una florida scena black underground, ma chi sa di cosa parlo non potrà mai dimenticarsi uno dei dischi più cattivi del 1983, una manna dall’inferno per i metalheads di tutto il mondo. Sto parlando di “Fire In The Brain”, il capolavoro degli Oz, Questi ragazzi, potete non crederci, per molti aspetti furono tra le muse ispiratrici del poi fu black metal insieme a Venom e Mercyful Fate. Se il loro suono era un maledetto mix tra l’oscurità dei Black Sabbath e la furia dei Raven, look, tematiche ed artwork, erano quanto di più esplicitamente occulto si potesse immaginare in quegli anni. Titoli come “Black Candles” e “Megalomaniac”, a distanza di 29 anni, trovano spazio nel mio iPod. Devo aggiungere altro?

E dalla cara vecchia Germania? Eccovi una band tedesca con i controcazzi, una di quelle che mi hanno lacerato la carne come fosse una mannaia, sto parlando dei Cutty Sark e del loro poderoso “Die Tonight”. Era il 1983 e questa band se ne usciva con un disco a dir poco dinamitardo, niente proto-power alla Accept o minchiatine varie, i Cutty Sark suonavano del fottutissimo heavy metal dalle molteplici sfaccettature, ora più speed, ora più bluesy, ora più Maiden 1980 come nel caso della meravigliosa “Hands Up“. Aggiungo, perché voglio fare il nerd pignolo di merda, che secondo me “Die Tonight” contiene anche una delle più belle metal ballad di sempre, “Vultures In The Air“, oltre 7 minuti da brivido. Unici difetti, una copertina orribile ed una produzione non sempre all’altezza, ma questo rende l’opera anche più affascinante se vogliamo. Discone senza se, ma o incertezze.

Il Regno Unito del grande metal non era solo quello di Maiden, Priest, Diamond Head ed Angel Witch. Tra i vari, troppo spesso vengono dimenticati gli straordinari Satan, fuoriclasse della scena storica. Il loro debuto, “Court In The Act“, è a tutti gli effetti un tassello importante di quegli anni. Siamo sempre nel 1983, era da poco uscito “The Number Of The Beast”, il disco più bello ed importante della storia dell’heavy metal. Nello stesso momento una piccolissima e sconosciuta Roadrunner dava alle stampe un gioiello che per scarsità di mezzi non si cagò nessuno, se non pochissimi maniaci come me, anche se l’ho riscoperto solo due anni dopo. I Satan erano una band superlativa, autori di un heavy metal classico di straordinaria bellezza, personale e figlio del più sporco hard rock dei ’70. Per aiutare i meno avvezzi, una sorta di Angel Witch meno barocchi e con il tiro dei Priest di “British Steel”, una mazzata tra capo e collo. Oltre a ciò, vanno sommati dei testi seriamente occulti come la tradizione inglese vuole, altro che le puttanatine norvegesi. Da avere.

Chiudo questa breve ma sentita carrellata, che spero fin da ora possa avere un seguito, con un disco a cui sono particolarmente affezionato, l’omonimo ep del 1985 degli ignorantissimi Maxx Warrior, unica loro testimonianza. Ve li ricordate i Metalium? Si, quella squallida band di power-frocissimo-metal che tanto faceva impazzire i peones di mezzo mondo nella scorsa decade? Ecco, se volete sapere a chi hanno scippato il pupazzetto in copertina su “Hero Nation”, vi basterà guardare  la cover di questo ep dei Maxx Warrior. Fortunatamente per noi, musicalmente questi ragazzi non avevano niente a che spartire con i Metalium. “Maxx Warrior” è un disco bello grezzo e cafone che faceva il verso ai primi Motley Crue di “Too Fast For Love” e “Shout At The Devil” in modo egregio. Parliamo di riff graffianti, ritmi sostenuti e cori potenti e catchy come scuola glam voleva. Certo, il semplice fatto che si fermarono ad un ep la dice lunga sull’originalità, ma pagarlo 3.000 lire (1,50 euro) ad una bancarella di Porta Portese è stato un affare di cui non mi pento assolutamente. Se vi capita di trovarlo da qualche parte, senza indugi non ve lo fate sfuggire, è un ascolto di quelli che vi divertiranno. Peccato per la schifosissima copertina che, mi ripeto, non a torto è stata scippata da una band mediocre. (Massimiliano Lodigiani)

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Pubblicato il 18 agosto 2012, in From The Past, I cultissimi con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. Stefano Giusti

    Tutto molto bello, peccato però che non riesco mai a capire questo bisogno di parlare di certe bands e di certe sonorità con questo tono da “c’era una volta…” o come si dice qui in Versilia da “Be’ mi’ tempi”. Per chi non ha bisogno della new sensation brutal/djent/math/core/funeral ma solo di sano, vero e sincero heavy metal la maggior parte dei titoli da te citati non sono archeologia ma piacevoli realtà ancora attuali e non da narrare come se si stesse parlando dell’antico Egitto (tra l’altro Satan e Oz si sono riformati di recente, li ho visti dal vivo e spaccano ugualmente ora come vent’anni fa…). Io stamattina in macchina ascoltavo ‘Sentence Of Death’ dei Destruction ma non perchè l’estate mi fa venire voglia di riscoprire le cose che ascoltavo quando avevo sedici anni (per poi rimettere sullo stereo vere mattonate sui coglioni tipo i Meshuggah perchè sono fighi, moderni e fanno modern/brutal/thrash/djent/math core) ma semplicemente perchè lo ritengo un ottimo lavoro di speed/thrash tedesco e avevo voglia di ascoltarlo. La rivalutazione degli anni ’80 non è una cosa nostalgica ma oggettiva: il livello qualitativo era più alto e spesso molti ottimi dischi venivano “sacrificati” e “trascurati” perchè contemporaneamente uscivano dei veri e propri capolavori… insomma, rivediti sedicenne con 20.000 lire in tasca e vedi te se comprare ‘Extreme Aggression’ o ‘Hell Awaits’ ! I grandiosi Kreator molto spesso diventavano una seconda scelta… ad avercene oggi di seconde scelte come ‘Extreme Aggression’. Una piccola notazione: che il Belgio ci abbia regalato poco in ambito metallico mi pare errato… un trittico come Ostrogoth/Crossfire/Killer vale 3/4 della roba che esce adesso!

  2. Grazie di avermi fatto scoprire Oz e Cutty Sark, Lodigiani sei il top \m/

  3. Blackwater Park degli Opeth, una spanna (anche 2) su tutto il resto. Anche se Master of Puppets……

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